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I dati del 22 marzo 2017 – Giornata mondiale dell’acqua

Il 12% della popolazione mondiale non ha accesso a fonti di acqua pulita; 3,5 milioni di morti ogni anno sonno imputabili a malattie legate all’acqua; per ogni dollaro investito nei servizi idrici e nel loro risanamento si stima un rendimento di 4,3 dollari (=400%). Altre info in http://www.worldwatercouncil.org

 

Tre famiglie italiane su dieci dichiarano di non fidarsi a bere acqua dal rubinetto. L’Istat nel quadro di sintesi pubblicato oggi afferma anche:  il 9,4% delle famiglie italiane lamenta un’erogazione irregolare dell’acqua nelle abitazioni, in diminuzione rispetto al 2002 (14,7%), ma con punte pari a 37,5% in Calabria, 29,3% in Sicilia e 17,9% in Abruzzo. Altri dati in https://www.istat.it/it/archivio/acqua

 

Molto interessanti anche i dati di Utilitalia sul fabbisogno di investimenti sulla depurazione delle acque reflue: circa l’11% dei cittadini non è ancora raggiunto dal servizio di depurazione. Ulteriori dati in  http://www.utilitalia.it/

locri

I dati del 21 marzo 2017 – XXII giornata della memoria e dell’impegno

– Uomini, donne e bambini : sono 950 i nomi delle vittime innocenti delle mafie i cui nomi sono stati letti alle 11.00 a Locri e in altri 4000 luoghi d’Italia dove si terrà la XXII Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie http://vivi.libera.it

– Per le attività dell’Olaf e del suo direttore generale Giovanni Kessler http://ec.europa.eu/anti-fraud//home_en

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I dati del 17 marzo 2017 – #EU60

Signori e signore Presidenti, gentili relatori e relatrici, cari ragazzi e care ragazze, è per me un grande piacere e un onore ospitarvi, insieme al Presidente del Senato, Pietro Grasso, per questa Conferenza organizzata in occasione del 60° anniversario dei trattati di Roma.

Abbiamo ritenuto doveroso promuovere questa iniziativa che non intende limitarsi ad una mera celebrazione ma vuole offrire un’occasione per un dibattito aperto e franco sia sui traguardi raggiunti sia sulle prospettive future dell’integrazione europea.

Con la firma dei Trattati di Roma si voltò definitivamente pagina rispetto alle drammatiche conseguenze della seconda guerra mondiale e si avviò il nostro cammino comune.

L’integrazione europea rappresenta tuttora il progetto politico più avanzato e sofisticato dal secondo dopoguerra ad oggi.

Un progetto ispirato dagli ideali del Manifesto di Ventotene – elaborato nel 1941 mentre la guerra era in corso – e dalla lungimiranza dei Padri fondatori.

Un progetto che ha garantito non soltanto la pace ma ha posto anche le condizioni per promuovere lo sviluppo economico dei nostri Paesi.

Ha posto le condizioni per garantire la libertà di movimento e per consentire ai nostri popoli di conoscersi sempre più intensamente.

Ha soprattutto consentito all’Europa di divenire un modello insuperato per quanto riguarda il rispetto e la salvaguardia della dignità delle persone, dei loro diritti fondamentali, della democrazia e dello Stato di diritto.

Dobbiamo essere consapevoli – e orgogliosi – che la storia dell’integrazione europea è davvero un’avventura straordinaria! E dobbiamo adoperarci perché orgoglio e consapevolezza siano diffusi tra i nostri cittadini.

L’Europa, infatti, è troppo spesso percepita e descritta come un fattore negativo, il capro espiatorio cui vengono addebitate molte delle difficoltà che i nostri cittadini vivono.

Si sta creando una vera e propria letteratura antieuropeista alimentata da forze populiste e xenofobe che hanno come obiettivo quello di minare il progetto europeo.

In alcuni dei nostri Paesi, in vista di prossime scadenze elettorali, viene esplicitamente evocata – per guadagnare consensi – la prospettiva di una fuoriuscita dall’euro o addirittura dall’Unione europea.

Lo dico con chiarezza: queste posizioni non sono lungimiranti perché alimentano la disaffezione dei cittadini nei confronti dell’Europa senza prospettare soluzioni alternative realmente praticabili.

Spetta a chi come noi riveste cariche istituzionali testimoniare concretamente il valore dell’integrazione europea.

Spetta a noi contrastare chi ne svilisce l’importanza e ricordare ai cittadini, soprattutto ai più giovani, che i progressi compiuti in questi sessant’anni non sono piovuti dal cielo ma rappresentano il risultato di lunghe battaglie condotte con generosità e passione.

Per questo motivo ho ritenuto doveroso promuovere una ripresa del confronto sui temi dell’integrazione europea.

Con questo spirito il 14 settembre 2015 abbiamo firmato qui alla Camera, insieme ai Presidenti del Bundestag, Norbert Lammert, dell’Assemblea nazionale francese, Claude Bartolone, e della Camera dei deputati lussemburghese, Mars Di Bartolomeo, la Dichiarazione “Più integrazione europea: la strada da percorrere”, successivamente sottoscritta da altri 11 Presidenti di Camere o Parlamenti nazionali, che desidero in questa occasione ringraziare sentitamente.

Sono convinta infatti che la discussione sul futuro del nostro Continente debba svolgersi in primo luogo nelle aule parlamentari, perché i Parlamenti, nelle democrazie odierne, costituiscono la sede più alta del dibattito politico.

Allo stesso tempo, questo confronto deve coinvolgere il più possibile i cittadini, per ricostruire un legame più forte e un dialogo più intenso fra essi e le Istituzioni.

Con questo obiettivo ho promosso lo scorso anno una consultazione pubblica on line che ha dato ai cittadini e alle cittadine la possibilità di esprimere la loro opinione sull’Europa, su quello che non va e su come la vorrebbero.

Gli esiti della consultazione sono stati analizzati da un Comitato di saggi da me appositamente costituito, i cui componenti, che saluto, sono oggi presenti in quest’aula. Sottopongo alla vostra attenzione la relazione finale del Comitato che individua benefici e criticità del processo di integrazione e suggerisce soluzioni concrete per superarle.

Oggi più che mai, in questa sede, abbiamo anche il dovere di interrogarci sulle ragioni per le quali il progetto europeista sta progressivamente perdendo la sua spinta propulsiva.

Bisogna prendere atto che, nonostante i traguardi raggiunti, l’Europa attuale non funziona. Sembra una macchina con il freno a mano tirato, costretta a procedere a velocità ridotta.

Ne sono prova la disoccupazione e le diseguaglianze crescenti, così come l’incapacità di gestire in modo solidale i flussi migratori e di parlare con un’unica voce nelle numerose aree di conflitto ai nostri confini esterni.

Si tratta di problemi ai quali, per la loro scala globale, solo l’Unione potrebbe dare risposta. Nessun Paese europeo può affrontare da solo queste ed altri grandi sfide. Nel tempo che viviamo nessun Paese è un’isola.

E’ dunque paradossale prospettare oggi, in piena globalizzazione, la disgregazione dell’Unione e il ritorno ad assetti istituzionali ottocenteschi! Senza una risposta comune il nostro continente è condannato ad una progressiva e pericolosa marginalizzazione.

Chi ha a cuore l’Europa non può chiudere gli occhi su questi problemi sperando che la bufera passerà da sola. Perché la bufera passerà soltanto se sapremo riportare il sereno. Soltanto se sapremo dotare l’Unione di mezzi e forza necessari a rispondere alle aspettative.

Occorre dunque reagire, ponendo al centro, al primo posto, il rinnovamento della nostra casa comune. L’Europa per prima – Europe first – perché solo così faremo gli interessi dei nostri concittadini.

E occorre farlo subito con azioni realizzabili già a trattati vigenti.

Occorre orientare le politiche economiche alla crescita e alla riduzione delle diseguaglianze.

Occorre un’Europa che abbia una tripla A sociale e non solo finanziaria. Insomma, l’Europa sociale non può più attendere.

Un’Europa capace di essere percepita amica. Se venissero, ad esempio, introdotti un sussidio di disoccupazione ed un reddito minimo di dignità finanziati dal bilancio europeo, la percezione dell’Europa da parte delle persone cambierebbe radicalmente. A dimostrazione che l’Europa dei diritti non lascia nessuno indietro.

Abbiamo dunque bisogno di un adeguato bilancio comune. Chi, giustamente, lamenta l’inadeguatezza della risposta europea alla crisi dovrebbe ricordare che attualmente l’Unione ha un bilancio pari a meno dell’1% del PIL europeo mentre, volendo trovare un termine di paragone, il bilancio complessivo degli Stati Uniti è pari al 25% del PIL.

L’esperienza recente ci ha anche dimostrato che la struttura istituzionale dell’Unione non è adeguata rispetto alle sfide globali.

L’esperienza ci ha dimostrato quanto sia sempre più necessario condividere sovranità in tutti i settori in cui l’azione dei singoli Stati risulta inadeguata, per la natura sovranazionale dei fenomeni cui siamo chiamati a dare risposta: dal cambiamento climatico ai flussi migratori, dalla lotta al terrorismo alla crisi finanziaria.

E ci ha insegnato, l’esperienza, che il metodo intergovernativo mette in primo piano gli interessi a breve termine e le logiche di politica interna di ciascun Governo ma rischia di indebolire l’assetto europeo.

Abbiamo dunque bisogno di riconsiderare l’architettura europea, di rafforzare le istituzioni comuni più rappresentative, in primis il Parlamento così come la sua cooperazione con i parlamenti nazionali, che non vanno intesi come antagonisti bensì come complementari rispetto ad esso.

Ritengo imprescindibile, in quest’ottica di rafforzamento dell’Unione, anche promuovere con maggiore determinazione la cittadinanza europea, il senso di appartenenza dei nostri cittadini ad un’unica comunità. Occorre che essi siano consapevoli che il benessere di ciascuno dei nostri popoli è precondizione per il benessere di tutti: “United we stand, divided we fall“.

Sarei pertanto felice se tutti i nostri Paesi procedessero insieme in questa direzione, verso l’integrazione politica.

Ma non ignoro le diversità di vedute su questo punto. Le riserve di alcuni, però, non possono diventare la paralisi di tutti. Per questo va presa in considerazione la possibilità per gli Stati che lo vorranno di procedere verso un’integrazione più stretta, ferma restando la facoltà per gli altri, se e quando lo riterranno, di aderire successivamente.

Cari colleghi, care colleghe,

essere europeisti oggi significa prendere atto che se l’Unione si rafforza, su presupposti di crescita e giustizia sociale, tutti i nostri Paesi ne guadagneranno.

Perseguire una maggiore integrazione è un esercizio di sano realismo. Realismo – che come diceva Altiero Spinelli – non significa accettare passivamente la situazione così com’è, anche se non ci soddisfa. Significa, al contrario, battersi perché le cose cambino, concretamente.

Soltanto quindi ponendo l’Europa al primo posto – Europe first! – riusciremo a dare una prospettiva e un futuro ai nostri figli.

Vi ringrazio.

Wilders

I dati del 16 marzo 2017 – Elezioni olandesi

Il partito di centrodestra del premier Mark Rutte (Vvd, liberal democratico) vince le elezioni politiche in Olanda. Il dato si consolida in nottata e trova conferma quando sono scrutinati il 93 per cento dei seggi e le posizioni al vertice restano invariate anche rispetto agli exit poll dell’istituto Ipsos: Vvd conquista 33 seggi, si ferma a 20 la temuta rincorsa dei populisti islamofobi e anti-Ue di Geert Wilders (Pvv), mentre i democristiani (Cda) e i liberali di sinistra (D66) sono appiati un seggio più indietro.

Il cuore della coalizione di governo, in realtà, sembra chiaro, con Rutte che cercherà l’accordo con Cda e D66, arrivando così a quota 71 seggi, appena 5 sotto la maggioranza che saranno poi recuperati tra le altre forze. Confermato intanto il crollo dei laburisti del PvdA: 9 seggi dai 38 del 2012, il peggior risultato della storia. “Un colpo durissimo, un graffio sulla nostra anima” il commento a caldo di Sharon Dijksma, la leader della campagna del Pvda che non ha saputo spiegarsi il crollo verticale. “E’ veramente troppo presto per dire qualcosa. Evidentemente non siamo stati capaci di convincere gli elettori con le nostre politiche sociali ed i nostri programmi”.Avanzano invece i Verdi di sinistra (GroenLinks), che passano da 4 a 14 seggi. Entra in Parlamento, per la prima volta e proprio nel pieno della crisi con la Turchia di Erdogan, anche il partito antirazzista Denk, in olandese “Pensiero” e in turco “Uguaglianza”, fondato da due turco-olandesi, Tunahan Kuzu e Selcuk Ozturk. Kuzu e Ozturk erano già deputati, ma eletti nel partito laburista, con cui i due hanno rotto nel 2014 sul tema del monitoraggio delle attività dei musulmani in Olanda.

Cresce l’affluenza, passata dall’81% all’82%. Una percentuale molto alta: alle politiche di cinque anni fa aveva votato il 74,6% degli aventi diritto.

la tavola delle cosche

I dati del 14 marzo 2017 – Agromafie

Il volume d’affari complessivo annuale dell’agromafia è salito a 21,8 miliardi di euro con un balzo del 30% nell’ultimo anno. E’ quanto è emerso alla presentazione del quinto Rapporto #Agromafie2017 elaborato da Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare nel quale si evidenzia che tale stima rimane, con tutta probabilità, ancora largamente approssimativa per difetto, perché restano inevitabilmente fuori i proventi derivanti da operazioni condotte “estero su estero” dalle organizzazioni criminali, gli investimenti effettuati in diverse parti del mondo, le attività speculative poste in essere attraverso la creazione di fondi di investimento operanti nelle diverse piazze finanziarie, il trasferimento formalmente legale di fondi attraverso i money transfer in collaborazione con fiduciarie anonime e la cosiddetta banca di “tramitazione”, che veicola il denaro verso la sua destinazione finale.

La filiera del cibo, della sua produzione, trasporto, distribuzione e vendita, ha tutte le caratteristiche necessarie per attirare l’interesse di organizzazioni che via via abbandonano l’abito “militare” per vestire il “doppiopetto” e il “colletto bianco”, come si diceva un tempo, riuscendo così a scoprire e meglio gestire i vantaggi della globalizzazione, delle nuove tecnologie, dell’economia e della finanza 3.0.

Sul fronte della filiera agroalimentare, le mafie, dopo aver ceduto in appalto ai manovali l’onere di organizzare e gestire il caporalato e altre numerose forme di sfruttamento, condizionano il mercato stabilendo i prezzi dei raccolti, gestendo i trasporti e lo smistamento, il controllo di intere catene di supermercati, l’esportazione del nostro vero o falso Made in Italy, la creazione all’estero di centrali di produzione dell’Italian sounding e la creazione ex novo di reti di smercio al minuto.

Nel 2016 si è registrata un’impennata di fenomeni criminali che colpiscono e indeboliscono il settore agricolo nostrano dove quasi quotidianamente ci sono furti di trattori, falciatrici e altri mezzi agricoli, gasolio, rame, prodotti (dai limoni alle nocciole, dall’olio al vino) e animali con un ritorno prepotente dell’abigeato. Non si tratta più soltanto di “ladri di polli” quanto di veri criminali che organizzano raid capaci di mettere in ginocchio un’azienda, specie se di dimensioni medie o piccole, con furti di interi carichi di olio o frutta, depositi di vino o altri prodotti come file di alveari, intere mandrie o trattori caricati su rimorchi di grandi dimensioni.

A questi reati contro l’agricoltura, secondo il Rapporto Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare, si affiancano racket, usura, danneggiamento, pascolo abusivo, estorsione nelle campagne mentre nelle città, silenziosamente, i tradizionali fruttivendoli e i nostri fiorai sono quasi completamente scomparsi, sostituiti i primi da egiziani e i secondi da indiani e pakistani che, pur sapendo proferire a stento poche frasi compiute in italiano, controllano ormai gran parte delle rivendite attive sul territorio. Si direbbe un vero miracolo all’italiana, affiancato però dal dubbio che tanta efficacia organizzativa possa anche essere, spesso, il prodotto di una recente vocazione mafiosa per il marketing.

I poteri criminali si “annidano” nel percorso che frutta e verdura devono compiere per raggiungere le tavole degli italiani, e che vede uno snodo essenziale in alcuni grandi mercati di scambio per arrivare alla grande distribuzione. Tra tutti i settori “agromafiosi”, quello della ristorazione è forse il comparto più tradizionale e immediatamente percepito come tipico del fenomeno. In alcuni casi sono le stesse mafie a possedere addirittura franchising e dunque catene di ristoranti in varie città d’Italia e anche all’estero, forti dei capitali assicurati dai traffici illeciti collaterali. Il business dei profitti criminali reinvestiti nella ristorazione coinvolgerebbe oltre 5.000 locali, con una più capillare presenza a Roma, Milano e nelle grandi città.

Attività “pulite” che si affiancano a quelle “sporche”, avvalendosi degli introiti delle seconde, assicurandosi così la possibilità di sopravvivere anche agli incerti andamenti del mercato e alle congiunture economiche sfavorevoli, ma anche di contare su un vantaggio rispetto alla concorrenza con la disponibilità di liquidità e la possibilità di espandere gli affari secondo il Rapporto Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare.

“Le agromafie vanno contrastate nei terreni agricoli, nelle segrete stanze in cui si determinano in prezzi, nell’opacità della burocrazia, nella fase della distribuzione di prodotti che percorrono centinaia e migliaia di chilometri prima di giungere al consumatore finale, ma soprattutto con la trasparenza e l’informazione dei cittadini che devono poter conoscere la storia del prodotto che arriva nel piatto”, ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel sottolineare che “per l’alimentare occorre vigilare sul sottocosto e sui cibi low cost dietro i quali spesso si nascondono ricette modificate, l’uso di ingredienti di minore qualità o metodi di produzione alternativi se non l’illegalità o lo sfruttamento”.

siria

I dati del 13 marzo 2017 – Siria

Le gravi violazioni contro i bambini in Siria nel 2016 hanno raggiunto il livello più alto mai registrato, ha dichiarato l’UNICEF dopo un’attenta analisi delle conseguenze del conflitto sui bambini, ormai giunto al sesto anno. Oggi l’UNICEF presenta il dossier “Hitting Rock Bottom” (letteralmente: toccando il fondo): casi verificati di uccisioni, mutilazioni e reclutamento di bambini sono aumentati vertiginosamente lo scorso anno in seguito ad una drastica escalation di violenze in tutto il paese.

Questi i principali dati del Dossier:

  • Almeno 652 bambini sono stati uccisi – un aumento del 20% dal 2015 – rendendo il 2016 l’anno peggiore per i bambini della Siria, da quando sono cominciate nel 2014 verifiche formali sulle violenze che hanno coinvolto i bambini;
  • 255 bambini sono stati uccisi all’interno o nei pressi di scuole;
  • oltre 850 bambini (anche di 7 anni) sono stati reclutati per combattere nel conflitto, oltre il doppio di quelli reclutati nel 2015. I bambini sono stati utilizzati e reclutati per combattere direttamente sulle linee del fronte e stanno assumendo un ruolo sempre più attivo nei combattimenti, compresi casi estremi di utilizzo come esecutori, attentatori suicidi o guardie carcerarie;
  • Sono stati verificati almeno 338 attacchi contro ospedali e personale medico;

“Le profonde sofferenze hanno raggiunto livelli senza precedenti. Milioni di bambini in Siria sono sotto attacco ogni giorno, le loro vite sono state stravolte”, ha dichiarato Geert Cappelaere, Direttore Regionale dell’UNICEF per il Nord Africa e il Medio Oriente, parlando ad Homs in Siria. “Ogni bambino è segnato a vita con terribili conseguenze sulla sua salute, sul benessere e sul futuro”.

Le difficoltà d’accesso a diverse aree della Siria impediscono un’analisi completa delle sofferenze dei bambini e dell’urgente assistenza umanitaria necessaria per i bambini e le bambine più vulnerabili. Oltre alle bombe, ai proiettili e alle esplosioni, i bambini spesso muoiono in silenzio per malattie facilmente prevenibili. L’accesso alle cure mediche, ad aiuti salva vita e ad altri servizi di base resta ancora difficoltoso.

Tra i bambini più vulnerabili della Siria, 2,8 milioni sono in aree difficili da raggiungere, compresi 280.000 bambini che vivono in aree sotto assedio, quasi completamente tagliati fuori dall’assistenza umanitaria.

Dopo sei anni di guerra, circa 6 milioni di bambini adesso dipendono dall’assistenza umanitaria, un aumento di 12 volte rispetto al 2012. Milioni di bambini sono sfollati, alcuni fino a 7 volte. Oltre 2,3 milioni di bambini vivono come rifugiati in Turchia, Libano, Giordania, Egitto e Iraq.

coldiretti

I dati del 7 marzo 2017 – #stalletradite

Sono 25mila le aziende agricole e le stalle nei 131 comuni terremotati di Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo con 292mila ettari di terreni agricoli coltivati soprattutto a seminativi e prati e pascoli da imprese per la quasi totalità a gestione familiare (96,5%), secondo le elaborazioni Coldiretti sull’ultimo censimento Istat. Significativa la presenza di allevamenti con quasi 65 mila bovini, 40mila pecore e oltre 11mila maiali dalle quali si evidenzia anche un fiorente indotto agroindustriale con caseifici, salumifici e frantoi dai quali si ottengono specialità di pregio famose in tutto il mondo. Il crollo di stalle, fienili, caseifici e la strage di animali hanno limitato l’attività produttiva nelle campagne mentre lo spopolamento – sottolinea la Coldiretti – ha ridotte le opportunità di mercato.

“Il terremoto ha colpito un territorio a prevalente economia agricola che occorre ora sostenere concretamente per non rassegnarsi all’abbandono e allo spopolamento”, ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel sottolineare l’esigenza che “la ricostruzione vada di pari passo con la ripresa dell’economia che in queste zone significa soprattutto cibo e turismo”.
A rischio – sottolinea la Coldiretti c’è un patrimonio di specialità conservate da generazioni nelle campagne diventate simbolo del Made in Italy in tutto il mondo, dal pecorino di Farindola al pecorino Amatriciano, dalla lenticchia di Castelluccio al pecorino dei Sibillini, dal Vitellone Bianco Igp alla patata rossa di Colfiorito Igp, dallo zafferano al tartufo, dal ciauscolo Igp al prosciutto di Norcia Igp, dalla mortadella di Campotosto al caciofiore aquilano fino alla ventricina teramana
I prodotti locali salvati dalle macerie rischiano ora di sparire per il crollo del 90% del mercato locale provocato dalla crisi del turismo e dallo spopolamento dovuto all’esodo forzato ma anche ai ritardi nella costruzione degli alloggi temporanei. Il crack delle vendite – sottolinea la Coldiretti – ha colpito maggiormente i formaggi, dal pecorino alle caciotte, anche in ragione del fatto che nelle zone colpite dal sisma è molto radicata l’attività di allevamento. L’abbandono forzato delle popolazioni, trasferite sulla costa, e la fuga dei turisti hanno fatto venir meno la clientela, mettendo in grave difficoltà le aziende che, oltre a non vendere, devono comunque mungere tutti i giorni con la necessità di trasformare il latte o cederlo a qualche caseificio, peraltro in una situazione in cui molte strutture di questo tipo sono inagibili. In difficoltà anche il settore dei salumi, a partire da quelli pregiati a Denominazione di origine, dove al blocco delle vendite si è accompagnato quello della produzione a causa dell’inagibilità dei laboratori che si trovano nelle zone del cratere. Ma l’assenza di acquirenti – continua la Coldiretti – sta interessando un po’ tutte le produzioni, compresi farro, lenticchie e altri legumi.
A pesare – sostiene la Coldiretti – è la situazione di difficoltà in cui versa l’intera offerta turistica delle zone terremotate che fondava il suo successo sulle sinergie tra cultura, ambiente e qualità alimentare. Gli effetti del terremoto si sono sentiti sulle presenze dei 3400 agriturismi complessivamente attivi nelle quatto regioni colpite dove i turisti sono piu’ che dimezzati mentre nel cratere i 444 agriturismi presenti sono praticamente vuoti. La Coldiretti chiede di incentivare il turismo nelle regioni colpite dal sisma prevedendo la detraibilità delle spese sostenute dai turisti per i soggiorni nelle strutture ricettive agrituristiche che potrebbero essere considerate oneri deducibili a lato della dichiarazione dei redditi.
L’AGRICOLTURA NEI 131 COMUNI DEL CRATERE
Aziende agricole   25020 di cui 96,5% familiari
Superfice agricola utilizzata 291841 ettari di cui il 56% a seminativi
Bovini e bufalini   64608
Pecore e capre   39756
Maiali     11212
Pollame    174122

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La Gardenia di AISM – 4, 5 e 8 marzo

Per la Festa della Donna, in 5.000 piazze italiane, sabato 4, domenica 5 e l’8 marzo, sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica, torna la Gardenia di AISM, la tradizionale manifestazione di solidarietà promossa dall’AISM – Associazione Italiana Sclerosi Multipla e dalla sua Fondazione (FISM) con il patrocinio della Fondazione Pubblicità Progresso. Anche quest’anno 10.000 volontari saranno impegnati ad offrire una pianta di gardenia a fronte di un contributo minimo di 15 euro.

È anche possibile inviare un SMS Solidale al 45520 da cellulare o chiamare lo stesso numero da rete fissa per donare da 2 a 5 euro.

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I dati del 22 febbraio 2017 – I muri di Trump

“Il 2016 è stato l’anno in cui il cinico uso della narrativa del ‘noi contro loro’, basata su demonizzazione, odio e paura, ha raggiunto livelli che non si vedevano dagli anni Tenta dello scorso secolo. Un numero elevato di politici sta rispondendo ai legittimi timori nel campo economico e della sicurezza con una pericolosa e divisiva manipolazione delle politiche identitarie allo scopo di ottenere consenso”, ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.

>> Il rapporto 2016-2017 di Amnesty International: sotto accusa le “politiche della demonizzazione” che alimentano divisione e paura https://www.amnesty.it/rapporto-2016-2017-sotto-accusa-le-politiche-della-demonizzazione-che-alimentano-divisione-e-paura/

>> I primi 100 giorni di Trump: https://www.theguardian.com/us-news/ng-interactive/2017/jan/20/donald-trump-first-100-days-president-daily-updates