strade

I dati del 21 aprile 2017 – Stato rete stradale

La rete viaria di interesse nazionale gestita da Anas comprende oggi 26.436,095 km di strade statali e di autostrade, svincoli e strade di servizio.

Autostrade in gestione diretta:
942,183 Km
Raccordi autostradali:
355,495 Km
Strade Statali:
20.018,866 Km
Strade in corso di classifica o declassifica (NSA):
366,557 Km
Svincoli e Complanari:
4.752,994 Km
Totale:
26.436,095 Km

Autostrade e raccordi autostradali: con oltre 1297 chilometri di autostrade e raccordi, non a pedaggio, è il secondo gestore nazionale.

Strade statali: Anas gestisce il 90% delle strade statali italiane; la rete stradale è diffusa sul territorio nazionale con una forte concentrazione al Sud.

Del-Grande

I dati del 20 aprile 2017 – Gabriele del Grande

Calendario delle mobilitazioni per la liberazione di Gabriele:

LUCCA – 19 APRILE ore 18.15
Loggiato di Palazzo Pretorio, piazza San Michele

MILANO – 20 APRILE ore 18.00
Area pedonale tra Largo Cairoli e Piazza Castello

BERLINO – 20 APRILE ore 19.00
Kottbussertor / Adalbertsrasse

BERGAMO – 20 APRILE ore 18
Piazza Matteotti

TRENTO – 20 APRILE ore 18.00
Davanti al Commissariato del Governo

ASTI – 20 APRILE ore 18
Piazza San Secondo

TORINO – 20 APRILE ore 18.00
Piazza Palazzo di Città

IMPERIA – 20 APRILE ore 18.00
Piazza Edmondo De Amicis

SAVONA – 21 APRILE ore 17.30
Piazza Goffredo Mameli

PADOVA – 20 APRILE ore 18.30
Palazzo Moroni, via XII Febbraio

VENEZIA – 20 APRILE ore 18.30
Campo Santa Margherita – Dorsoduro

BOLOGNA – 20 APRILE ore 18.00
Piazza del Nettuno

MODENA – 20 APRILE ore 18.30
Via Emilia Centro

PISTOIA – 20 APRILE ore 17.30
Piazza Gavinana

PRATO – 20 APRILE ore 19.00
Piazza del Comune

NAPOLI – 20 APRILE ore 20,30
L’asilo Vico Giuseppe Maffei 4

MATERA – 20 APRILE ore 18.00
Piazza Vittorio Veneto

COSENZA – 20 APRILE ore 18.00
Piazza XI Settembre

CATANIA – 20 APRILE ore 17.00
Presidio davanti Prefettura di Catania

BRESCIA 21 – APRILE ore 19.30
Oratorio Santa Maria in Silva

PISA – 21 APRILE ore 18.00
Piazza dei Cavalieri

FORLI’ – 21 APRILE ore 18.30
Piazza Duomo

LIVORNO – 22 APRILE ore 17.00
Piazza del Municipio

ROMA – 22 APRILE ore 11.00
Piazza del Quirinale

EMPOLI – 22 APRILE ore 10.00
Piazza Farinata degli Uberti

FOGGIA – 22 APRILE ore 19.00
Piazza Umberto Giordano

BARI – 22 APRILE ore 19.00
Chiesa San Sabino

PALERMO – 22 APRILE ore 16.00
Cantieri Culturali della Zisa

TORINO – 23 APRILE ore 17.00
Il Balconcino, via Mercanti 3

ORISTANO – 23 APRILE ore 18.00
Librid

AGRIGENTO – 24 APRILE ore 18.00
Porta di Ponte

CARBONIA – 24 APRILE ore 20.00
Piazza Roma

CASERTA – 24 APRILE ore 18.00
Piazza Carlo III

INZAGO (MI) – 25 APRILE ore 17.00
Mocambo Art Music

AGROPOLI – 26 APRILE ore 18.30
Officina Cilento Possibile

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I dati del 19 aprile 2017 – Libri e lettura

Dati Istat 2017

Se la diffusione del web, seppur molto lentamente aumenta, la lettura di libri, invece, è sempre più una chimera per i nostri connazionali. Secondo il rapporto, infatti, in Italia più della metà della popolazione di età superiore ai sei anni non ha letto nessun libro nel 2016. Il 45.1%, in calo rispetto al 2015, ha letto tra uno e tre libri nell’ultimo anno. Solamente il 14.1% degli italiani legge un libro al mese o più. Non va meglio se si considera la lettura di e-Book. Nel 2016, solo l’8,4% della popolazione di 6 anni e più dichiara di leggere online e scarica dal web libri, quota che sale a poco meno del 20% tra i giovani di 18 – 24 anni. Questa forma di fruizione culturale è più diffusa nel Nord – Ovest, mentre il Mezzogiorno è l’unica area dove si registra una diminuzione rispetto al 2015. Insomma diciamo che gli italiani non sono un popolo di lettori e non è questione di supporti, di carta o di digitale.

 

Dati Istat 2016

Nel 2015 si stima che il 42% delle persone di 6 anni e più (circa 24 milioni) abbia letto almeno un libro nei 12 mesi precedenti l’intervista per motivi non strettamente scolastici o professionali. Il dato appare stabile rispetto al 2014, dopo la diminuzione iniziata nel 2011.

Il 9,1% delle famiglie non ha alcun libro in casa, il 64,4% ne ha al massimo 100. La popolazione femminile ha maggiore confidenza con i libri: il 48,6% delle donne sono lettrici, contro il 35% dei maschi.

La quota di lettori risulta superiore al 50% della popolazione solo tra gli 11 e i 19 anni e nelle età successive tende a diminuire; in particolare, la fascia di età in cui si legge di più è quella dei 15-17enni.

La lettura continua ad essere molto meno diffusa nel Mezzogiorno. Nel Sud meno di una persona su tre (28,8%) ha letto almeno un libro mentre nelle Isole i lettori sono il 33,1%, in aumento rispetto al 31,1% dell’anno precedente.

I “lettori forti”, cioè le persone che leggono in media almeno un libro al mese, sono il 13,7% dei lettori (14,3% nel 2014) mentre quasi un lettore su due (45,5%) si conferma “lettore debole”, avendo letto non più di tre libri in un anno.

L’8,2% della popolazione complessiva (4,5 milioni di persone pari al 14,1% delle persone che hanno navigato in Internet negli ultimi tre mesi) hanno letto o scaricato libri online o e-book negli ultimi tre mesi.

Lettura e partecipazione culturale vanno di pari passo; fra i lettori di libri, le quote di coloro che coltivano altre attività culturali, praticano sport e navigano in Internet sono regolarmente più elevate rispetto a quelle dei non lettori.

I cittadini stranieri residenti in Italia che tra il 2011 e il 2012 dichiarano di aver letto almeno un libro sono il 37,8%, indice di una minore propensione alla lettura da parte degli stranieri rispetto agli italiani (52%). Quasi la metà degli stranieri legge almeno un quotidiano a settimana (48,6%) e il 29,5% settimanali o periodici.

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I dati dell’11 aprile 2017 – Caporalato

Il 12 aprile 2017 Medici per i diritti umani (MEDU)  presenterà al Comune di San Ferdinando (RC) il nuovo rapporto TerraINgiusta sulle condizioni di vita e di lavoro dei braccianti stranieri nella Piana di Gioia Tauro.

A San Ferdinando oltre 2.500 lavoratori migranti vivono in condizioni spaventose in quello che è diventato uno dei più grandi ghetti d’Italia. Nonostante gli impegni presi un anno fa, poco o nulla è stato fatto dalle istituzioni per migliorare le drammatiche condizioni abitative ed igienico-sanitarie in cui vivono i braccianti impiegati nella raccolta degli agrumi. Anche le condizioni lavorative permangono segnate da forme di grave sfruttamento e dalla piaga del caporalato, nonostante un modesto aumento dei contratti di lavoro.

La salute non è adeguatamente tutelata, in conseguenza anche di personale socio-sanitario insufficiente e di ambulatori del servizio pubblico gravemente fatiscenti. Numerosi ostacoli burocratici contribuiscono ad erodere ulteriormente la fruizione dei più elementari diritti da parte di una popolazione costituita da giovani subsahariani giunti da poco nel nostro Paese attraverso un viaggio segnato da violenze ed abusi di ogni tipo, ma anche da donne spesso vittime dello sfruttamento della prostituzione e stranieri che vivono in Italia da diversi anni e ritornano a lavorare nelle campagne del Sud dopo aver perso il lavoro a causa della crisi economica.

Le proposte di Medici per i Diritti Umani per condizioni di vita e di lavoro più dignitose e sostenibili: dal rilancio dei centri per l’impiego alla legalità del lavoro, dai trasporti pubblici all’housing sociale, dallo sblocco della burocrazia alla valorizzazione del servizio sanitario pubblico attraverso personale adeguato e strutture dignitose.

Il report finale è corredato da una mappa sonora, curata da Medu ed Echis, accompagnata dalle foto di Nadia Lucisano e dalle musiche di Nosenso. Il reportage audio racconta le storie di alcuni dei protagonisti della filiera degli agrumi nella Piana di Gioia Tauro, attraverso le testimonianze raccolte tra ghetti ed aranceti.

Guarda la mappa qui
Leggi il rapporto integrale
Vedi i video le foto e le testimonianze del progetto Terragiusta

Il libro di Leonardo Palmisano sugli “schiavi moderni”, Mafia Caporale: http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/mafia-caporale-i-130-mila-schiavi-moderni-ditalia/

claudio de vincenti

I dati del 4 aprile 2017 – Mezzogiorno

Se negli ultimi sei anni, dal 2009 al 2015, fosse stata attivata la norma contenuta nel Decreto Mezzogiorno, in base alla quale, a partire dal 2018, una quota della spesa ordinaria in conto capitale delle amministrazioni centrali proporzionale alla popolazione sarà destinata alle Regioni meridionali, il PIL del Sud avrebbe praticamente dimezzato la perdita accusata (-5,4% invece che -10,7%) e l’occupazione sarebbe diminuita non di mezzo milione ma di circa 200 mila unità. Uno studio della SVIMEZ, messo a punto dal Presidente Adriano Giannola e dal ricercatore Stefano Prezioso, ha evidenziato gli effetti dell’impatto della clausola del 34%, che, in base all’ultimo censimento ISTAT, corrisponde alla quota di abitanti delle otto regioni meridionali.

Lo studio integrale >> http://www.svimez.info/images/note_ricerca/2017_03_28_nota_34_percento.pdf

matera

I dati del 31 marzo 2017 – Cultura e bellezza

Il rapporto Io sono cultura mostra i dati aggiornati sul sistema produttivo culturale e creativo fatto da imprese, Pa e no-profit, che complessivamente ha generato nell’ultimo anno in Italia 89,7 miliardi di euro e ha ‘attivato’ altri settori dell’economia arrivando a muovere nell’insieme 249,8 miliardi, equivalenti al 17% del valore aggiunto nazionale. Un dato comprensivo del valore prodotto dalle filiere del settore, ma anche da quella parte dell’economia che beneficia di cultura e creatività e che da queste viene stimolata, riconducibile a 5 macro settori: industrie creative (architettura, comunicazione e branding, design), industrie culturali propriamente dette (film, video, mass-media, videogiochi e software, musica, libri e stampa), patrimonio storico-artistico architettonico (musei, biblioteche, archivi, siti archeologici e monumenti storici), performing art e arti visive (rappresentazioni artistiche, divertimento, convegni e fiere) e imprese creative-driven (imprese non direttamente riconducibili al settore ma che impiegano in maniera strutturale professioni culturali e creative, come la manifattura evoluta e l’artigianato artistico).

Una ricchezza che – è bene sottolinearlo – si riflette in positivo anche sull’occupazione: il solo sistema produttivo culturale e creativo dà lavoro a 1,5 milioni di persone (il 6,1% del totale degli occupati in Italia). E se nel periodo 2011/2015 la crisi si è fatta sentire incidendo in negativo su valore aggiunto e occupati del Paese, rispettivamente con il -0,1% e il -1,5%, nelle filiere culturali e creative la ricchezza è invece cresciuta dello 0,6% e gli occupati dello 0,2%.

Il rapporto completo è consultabile qui.

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I dati del 30 marzo 2017 – Violenza contro le donne

Atti sessuali degradanti e umilianti, rapporti non desiderati e subiti come violenza, abusi o molestie fisiche sessuali gravi come stupri o tentati stupri: il 21% delle donne, oltre 4,5 milioni, li ha subiti nel corso della propria vita, un milione e 157 mila nelle sue forme più gravi, lo stupro (653mila) e tentato stupro (746mila). E ancora: il 20,2% delle donne tra i 16 e i 70 anni, 4,3 milioni, è stata vittima di violenza fisica, minacce, schiaffi, pugni, calci. Un crescendo che in una minoranza dei casi, l’1,5%, ha portato a danni seri e permanenti, per strangolamento, ustione, soffocamento. E il 40,4% delle donne, oltre 8,3 milioni di donne, è stata vittima di violenza psicologica. I numeri dell’Istat, al centro di una giornata di approfondimento, al convegno scientifico ‘La violenza sulle donne.  I dati e gli strumenti per la valutazione della violenza di genere’, parlano di un fenomeno “ampio, diffuso, e polimorfo che incide gravemente sulla loro quotidianità”.  Non solo affermazione della forza fisica, ma anche svalutazione e sottomissione. Se il 31,5% delle donne ha subito nella propria vita una forma di violenza fisica o sessuale, il 13,6% da parte del partner o dell’ex, “l’asimmetria di potere” può sfociare anche in gravi forme di svalorizzazione, limitazione, controllo fisico, psicologico ed economico. Il 40,4% delle donne, oltre 8,3 milioni di donne, è stata vittima di violenza psicologica. La ‘violenza economica’ all’interno della coppia tocca il 4,6% delle donne.

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I dati del 29 marzo 2017 – Evasione fiscale

L’evasione fiscale e contributiva in Italia vale in media circa 110 miliardi. E’ la stima fornita da Enrico Giovannini, presidente della Commissione per la redazione della ‘Relazione annuale sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva’, nel corso di un’audizione di fronte alla commissione parlamentare di vigilanza sull’anagrafe tributaria. Giovannini ha ricordato che nella relazione disponibile sul sito del Mef hanno disaggregato il mancato gettito Iva e il mancato gettito Irap tra quello che non è stata proprio dichiarato e quello che è stato dichiarato ma non versato ed emerge che l’80% è dovuto alla mancata denuncia dei volumi d’affari. E che la quota italiana di economia non osservata è corrisponde al 12% circa del Pil, molto più alta di altri paesi UE e dunque la pressione fiscale di chi si comporta legalmente può ragionevolmente essere superiore al 43% di cui si parla.

www.mef.it

www.equitalia.it

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I dati del 28 marzo 2017 – Amianto

Scuole all’amianto: sono 2.400 in Italia, quelle contaminate dalla fibra killer, con 350mila studenti e 50mila insegnanti che ogni giorno le abitano, esposti in maniera più o meno intensa. Sono i dati forniti dall’Osservatorio nazionale amianto, diffusi lunedì dal Movimento 5 Stelle in un convegno alla Camera sui 25 anni dalla legge sull’amianto. Numeri confermati dal Censis e dal rapporto di Legambiente sulla qualità dell’edilizia scolastica: circa il 10% delle scuole presenta amianto nelle strutture.

Nonostante l’Italia abbia una legge all’avanguardia – la 257 del 1992 – non è ancora pienamente applicata. Intanto perché la mappatura è incompleta (secondo il ministero dell’Ambiente i siti a rischio mappati sono 53mila, ma molti sfuggono al censimento: la Calabria, per dire, fino al 2014 non aveva mai fornito dati e ancora li comunica incompleti). Per l’Ispra, l’istituto di ricerca del Ministero dell’Ambiente, sono 380 i siti più a rischio, con amianto friabile.

Il ministero della Salute ha reso noto che sono circa 3.000 i nuovi casi all’anno di malattie in Italia legate a questo materiale. Di queste, 1.300 sono i casi di mesotelioma, tumore al polmone spesso mortale, causato proprio dall’amianto. sottostimato secondo la onlus Osservatorio nazionale dell’amianto (Ona) il cui presidente, Ezio Bonanni, ha parlato al convegno di almeno 6.000 nuovi casi ogni anno in Italia di malattie legate all’esposizione a questo materiale: 1.800 di mesotelioma, 3.600 di tumori al polmone e 600 di asbestosi (fibrosi polmonare legata all’amianto). Questo senza contare i casi di tumore alla laringe e alle ovaie, legati spesso all’esposizione. Nel registro italiano dei tumori, figurerebbero 62 morti tra gli insegnanti per questo tipo di malattia.

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I dati del 24 marzo 2017 – L’Europa a Norcia

L’ARTICOLO DI CARLO MUSSO (IAI) SU AFFARI INTERNAZIONALI

Mi è difficile immaginare un cittadino di un qualunque Stato membro dell’Unione europea, Ue che si emozioni stando in piedi davanti alla bandiera blu, o che si commuova ascoltando l’inno europeo. Penso che questo non accade perché mancano le condizioni adeguate.

Facciamoci una semplice domanda: ai nostri giorni, quand’è che le persone si sentono più orgogliose di appartenete alla propria nazione? Principalmente in occasione di eventi sportivi quando, dopo un’epica vittoria o anche una sconfitta frutto di una prestazione memorabile, un profondo senso di appartenenza comune si diffonde tra individui che non si conoscono fra loro, ma, quasi magicamente, si sentono concittadini di un stessa patria.

Lo sport non è solo questione di come impiegare piacevolmente il tempo libero. È molto più di questo. Non è una storia il fatto che nell’antica Grecia, in occasione dei giochi Olimpici, si deponevano le armi e si interrompevano le guerre, per dare modo agli atleti di città nemiche di radunarsi all’ombra del tempio di Zeus e competere lealmente nei sacri giochi. È storia.

L’influenza e l’esempio dello sport
E anche in tempi recenti gli eventi sportivi hanno avuto impatti non trascurabili sulle attività umane. Nel 1948 l’Italia stava ancora riemergendo dalle rovine della Seconda Guerra Mondiale e ricostruendo il Paese dopo venti anni di fascismo. Il 14 luglio il segretario del Partito comunista italiano, Palmiro Togliatti, fu ferito gravemente da un estremista di destra: immediatamente scoppiarono scontri di piazza e l’Italia fu sull’orlo di una nuova guerra civile.

Fortunatamente, negli stessi giorni, al di là della Alpi, Gino Bartali ottenne una serie di epiche vittorie sulle montagne del Tour de France, conquistò la maglia gialla e la portò fino a Parigi. Come per magia, in Italia la gente si radunò attorno alle radio da nord a sud e un senso di orgoglio nazionale riprese forza, sciogliendo le tensioni sociali come neve al sole.

Nel 1995 Nelson Mandela puntò gran parte della sua credibilità personale sull’improbabile vittoria degli Springboks nella terza Coppa del Mondo di rugby, ospitata dal Sudafrica, per aiutare la ricostruzione della Nazione Arcobaleno e dare impulso al processo di riconciliazione dopo oltre quarant’anni di apartheid. E la vittoria arrivò, nel modo più affascinante e improbabile, che nemmeno il miglior giallista avrebbe immaginato, con un drop negli ultimi minuti dei tempi supplementari di una finale contro gli eterni rivali All Blacks.

C’erano 63.000 spettatori allo stadio, e 62.000 di loro erano bianchi. Francois Pienaar, il capitano Springbok, ricorda che “Mandela entro all’Ellis Park di fronte a una folla quasi esclusivamente bianca, in gran parte Afrikaner, indossando uno springbok sul cuore, ed essi urlarono: ‘Nelson, Nelson, Nelson!’, perché ciò che aveva promesso lo aveva mantenuto. E al fischio finale il Paese cambiò per sempre”. E questi sono solo due esempi di quanto lo sport può influire sulla dimensione politica e culturale della società.

La nazionale europea che non c’è e i Lions del rugby
Per quanto ne so, non c’è una sola competizione sportiva in cui l’Ue schieri una sua squadra sotto la bandiera blu (c’è per la verità la Ryder Cup, un trofeo biennale di golf disputato tra una squadra degli Stati Uniti e una europea, ma non dell’Ue vera e propria).

Non sarebbe possibile una cosa del genere? Anche in presenza di tradizioni solide e profonde in ogni sport a livello nazionale, non potrebbe essere realistico pensare a una squadra dell’Ue in grado di unire le passioni e le speranze di tutti gli europei sotto la stessa bandiera? Potrebbe. L’esempio migliore viene dal rugby. Le quattro nazionali britanniche – Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda – condividono alcune tra le più profonde e antiche rivalità nello sport mondiale.

Scozia vs Inghilterra – il primo match internazionale della storia nel 1871 – ogni anno ripropone il ricordo di secoli di lotte e inimicizia, come testimonia chiaramente l’inno Flower of Scotland, che richiama la battaglia di Bannockburn del 1314, quando Robert Bruce sconfisse “prood Edward’s airmy, an sent him hamewart, tae ‘hink again”.

Inoltre, ogni volta che il Galles affronta l’Inghilterra, i giocatori gallesi sono pienamente consapevoli che non sono coinvolti in una semplice partita di rugby, ma in qualcosa di molto più grosso, come chiarì il capitano del Galles, Phil Bennet, nel suo discorso pre-partita prima di affrontare l’Inghilterra nel 1977: “Look what these bastards have done to Wales. They’ve taken our coal, our water, our steel. They buy our homes and live in them for a fortnight every year. What have they given us? Absolutely nothing. We’ve been exploited, raped, controlled and punished by the English – and that’s who you are playing this afternoon”.

E che dire dell’Irlanda? Anche durante i giorni più oscuri della guerra civile e la lunga lotta fratricida tra i nazionalisti repubblicani e gli unionisti britannici, ogni anno i giovani irlandesi si riunivano “from the mighty Glens of Antrim, from the rugged hills of Galway, from the walls of Limerick and Dublin Bay, from the four proud provinces of Ireland [… to] answer Ireland’s call”  per affrontare l’Inghilterra nel Cinque Nazioni.

Anche quelle tra Galles, Irlanda e Scozia sono piuttosto battaglie che non semplici partite di rugby, dato che in palio c’è il riconoscimento della supremazia tra le tre nazioni celtiche. E tuttavia, nonostante queste feroci e radicate rivalità, dal 1888 in avanti, periodicamente, giocatori inglesi, gallesi, scozzesi e irlandesi sono sempre stati desiderosi e fieri di indossare la medesima maglia dei British & Irish Lions e andare oltremare per tenere alto il nome del rugby britannico contro le nazioni dell’emisfero Sud.

Chiunque in Gran Bretagna, anche fra i più giovani, sente un brivido lungo la schiena se chiedete dei Lions di John Dawes, che per la prima – e finora unica – volta nel 1971 sconfissero gli All Blacks in una serie a casa loro, o degli undefeated di Willie John McBride, che vinsero la serie contro gli Springboks in Sudafrica nel 1974.

Cominciamo da Olimpiadi e atletica leggera
E ora torniamo all’Europa. Perché questa idea non rimanga una semplice speculazione, bisogna fare qualche proposta concreta. Chiediamoci da quale sport potrebbe essere meglio cominciare, con l’obiettivo di schierare una squadra dell’Unione europea capace di raccogliere la passione di milioni di tifosi europei in vista di un traguardo comune.

Il calcio non è proponibile. Proviamo ad immaginare una Coppa del Mondo senza Germania, Italia, Francia, e Spagna, che mettono insieme 10 vittorie, la metà del totale… Questo toglierebbe ogni interesse alla competizione. Considerazioni simili valgono per altri sport di squadra, ove molti Paesi europei rivestono ruoli di grande rilievo.

Secondo me, una buona scelta potrebbe essere l’atletica leggera. L’atletica è un insieme di molte discipline diverse, ove le nazioni europee hanno diverse eccellenze e la competizione da parte degli altri continenti è forte e largamente distribuita: ad esempio, l’Africa prevale nelle corse di media e lunga distanza, mentre le squadre caraibiche dominano sulle distanze brevi, e i Paesi asiatici sono forti nei concorsi di lancio e getto. Perciò, schierare una singola squadra europea di atletica alle Olimpiadi o ai Campionati mondiali non impoverirebbe troppo le competizioni.

Allo stesso tempo, l’atletica è uno sport molto popolare, praticato in tutti i Paesi europei da migliaia di ragazze e ragazzi fin dalle scuole primarie e secondarie, e quindi l’interesse per questa disciplina è assai diffuso nella società. In questo modo, i Campionati europei potrebbero diventare ancora più interessanti, perché costituirebbero una sorta di selezione per la squadra dell’Unione europea.

Ora, proviamo a immaginare milioni di europei riuniti attorno a milioni di schermi, in piedi di fronte alla bandiera blu che sventola nel cielo, mentre ascoltano l’Inno alla gioia e guardano un’atleta europea con la medaglia d’oro al collo, con gli occhi umidi e un senso di orgoglio per il fatto di essere tutti europei…

E che dire di un quartetto di sprinter provenienti da quattro diverse nazioni europee, che corrono veloci come la squadra guidata da Usain Bolt e che magari alla fine perdono per una manciata di centimetri sul filo di lana, ma sono felicemente consapevoli di aver portato l’Europa sul tetto del mondo…

Sogni da sognare insieme
Sono sicuro – assolutamente sicuro – che cose del genere possono toccare il cuore degli europei molto più in profondità che non il condividere la stessa moneta o anche votare per lo stesso Parlamento. Se vogliamo costruire un’Unione europea della gente e per la gente, dobbiamo avere dei sogni da sognare insieme, dei traguardi comuni per cui sperare, delle emozioni da condividere e ricordare.

Qualcosa di simile è già stato sperimentato con successo nel passato, quando dai tardi anni ’60 fino alla fine del secolo scorso Giochi senza Frontiere ha contribuito in modo rilevante a sviluppare e rafforzare una conoscenza e una comprensione reciproca fra i cittadini europei. Ma era una competizione interna. Ora dobbiamo uscire fuori e competere con altri Paesi e altre squadre come una Nazione e una squadra.

In definitiva, non so se la mia proposta specifica sia la migliore e quella più percorribile (l’atletica è solo una delle possibili opzioni, altre potrebbero essere il nuoto, i tuffi, la ginnastica artistica e ritmica, l’equitazione, e così via).

Quello che so e che, se vogliamo che la nostra gente – specialmente le giovani generazioni – si entusiasmi dell’Europa, lo sport deve assolutamente entrare nel quadro generale come uno dei pilastri su cui costruire una vera e sentita identità europea.

Carlo Musso è membro del Comitato Esecutivo dell’Istituto Affari Internazionali.

A QUESTO LINK  IL TESTO DELLA DICHIARAZIONE SOTTOSCRITTA A ROMA IL 25 MARZO 2017 DAI 27 STATI MEMBRI DELL’UNIONE EUROPEA

http://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2017/03/25-rome-declaration/