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I dati del 13 gennaio 2016 – Libertà di espressione

Il Rapporto 2015-2016 di Amnesty International documenta la situazione dei diritti umani in 160 paesi e territori durante il 2015.
In molte parti del mondo, un notevole numero di rifugiati si è messo in cammino per sfuggire a conflitti e repressione. La tortura e altri maltrattamenti da un lato e la mancata tutela dei diritti sessuali e riproduttivi dall’altro sono stati due grandi fonti di preoccupazione. La sorveglianza da parte dei governi e la cultura dell’impunità hanno continuato a negare a molte persone i loro diritti.
Questo rapporto rende merito a tutte le persone che si sono attivate in difesa dei diritti umani in tutto il mondo, spesso in circostanze difficili e pericolose.
Il testo contiene le principali preoccupazioni e le richieste di Amnesty International ed è una lettura fondamentale per chi elabora strategie politiche, per gli attivisti e per chiunque sia interessato ai diritti umani.

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I dati dell’11 gennaio 2017 – Cyberspionaggio

18mila sarebbero le persone attenzionate dagli indagati Giulio e Francesca Maria Occhionero, cioè username oggetto di tentativi di infezione, riusciti o meno, inclusi account di domini istituzionali come Interno.it, Camera.it, Senato.it ecc. Gli username corredati effettivamente da password sono 1793. Molti gli account di cui non si è trovata traccia di password. Sono presenti un account Apple di Matteo Renzi e un account mail istituzionale di Mario Draghi.

Cosa altro hanno trovato gli inquirenti analizzando il traffico dell’indagato mentre avrebbe mosso documenti dal cloud al suo pc? Un file contenente le credenziali di accesso a vari account email; file di testo con quanto carpito dal keylogger, cioè da una funzione del malware che registra quanto digitato dalla vittima, come indirizzi internet scritti nel browser, password, testi; elenchi dei contatti mail della vittima. Gli inquirenti parlano di una enorme mole di dati e specificano che quanto hanno ricavato finora deriverebbe soprattutto dall’analisi del traffico dell’indagato, dai file prelevati dai server e scaricati sul suo pc. Dunque si tratterebbe di una minima parte di quanto effettivamente presente o accumulato negli anni. “Le informazioni che abbiamo finora sono certamente frammentarie e incomplete”, commenta al riguardo Corrado Giustozzi, esperto di sicurezza informatica per una delle strutture che si occupano del tema nella pubblica amministrazione, il Cert-Pa.

Ad ora sarebbero state sicuramente identificate 100 macchine compromesse, sparse tra una quindicina di studi legali e professionali, due società di recupero crediti, alcuni pc in enti locali (come la Regione Lazio), collaboratori del Cardinal Ravasi e un albergo del vicariato, tre società costruzioni, tre gruppi nella sanità, altre due aziende. Più una serie di politici e imprenditori. Il gruppo politici e business rinvenuto conterrebbe 674 account di cui 29 con password. Tra quelli di cui si dice esplicitamente che sarebbero presenti le password degli account email ci sarebbero, tra gli altri, Maurizio Scelli, Sergio De Gregorio, Stefano Caldoro, e funzionari o ex funzionari pubblici.

 

Gli inquirenti hanno trovate vittime infettate tra il marzo 2014 e l’agosto 2016. Tuttavia, dicono, ci sono cartelle create già nel 2012. Dunque quello ricevuto da Enav sarebbe la versione più recente di un malware usato da anni, addirittura dal 2008, specificano a un certo punto gli inquirenti, anche se non è chiaro come e perché si arrivi fino a questa data. E, sempre per gli investigatori, esisterebbe pure una versione del malware del 2010 che inviava i dati carpiti alle vittime a uno specifico indirizzo email, purge626@gmail.com, già saltato fuori nell’inchiesta sulla cosiddetta P4.

Fonte: Carola Frediani per La Stampa

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I dati del 9 gennaio 2017 – Lavoro

Nel mese di novembre la stima degli occupati è in lieve crescita rispetto a ottobre (+0,1%, pari a +19 mila unità). L’aumento riguarda le donne e le persone ultracinquantenni. Aumentano, in questo mese, gli indipendenti e i dipendenti permanenti, calano i lavoratori a termine. Il tasso di occupazione è pari al 57,3%, in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto a ottobre.

I dati mensili confermano un quadro di sostanziale stabilità dei livelli complessivi che si protrae da alcuni mesi: nel periodo settembre-novembre si registra un lieve calo degli occupati rispetto al trimestre precedente (-0,1%, pari a -21 mila). Il calo interessa gli uomini, le persone tra 15 e 49 anni e i lavoratori dipendenti, mentre si rilevano segnali di crescita per le donne e gli over 50.

La stima dei disoccupati a novembre è in aumento (+1,9%, pari a +57 mila), dopo il calo dello 0,6% registrato nel mese precedente. L’aumento è attribuibile a entrambe le componenti di genere e si distribuisce tra le diverse classi di età ad eccezione degli ultracinquantenni. Il tasso di disoccupazione è pari all’11,9%, in aumento di 0,2 punti percentuali su base mensile.

La maggiore partecipazione al mercato del lavoro a novembre, in termini sia di occupati sia di persone in cerca di lavoro, si associa al calo della stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,7%, pari a -93 mila). Il calo interessa entrambe le componenti di genere e tutte le classi di età. Il tasso di inattività scende al 34,8%, in diminuzione di 0,2 punti percentuali.

Nel periodo settembre-novembre al lieve calo degli occupati si accompagna la crescita dei disoccupati (+2,4%, pari a +72 mila) e il calo delle persone inattive (-0,6%, pari a -78 mila).

Su base annua si conferma la tendenza all’aumento del numero di occupati (+0,9% su novembre 2015, pari a +201 mila). La crescita tendenziale è attribuibile quasi esclusivamente ai lavoratori dipendenti (+193 mila, di cui +135 mila i permanenti) e si manifesta sia per le donne sia per gli uomini, concentrandosi esclusivamente tra gli over 50 (+453 mila). Nello stesso periodo aumentano i disoccupati (+5,7%, pari a +165 mila) e calano gli inattivi (-3,4%, pari a -469 mila).

Fonte: Istat

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I dati del 5 gennaio 2017 – Carceri

Dalla conferenza stampa del Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni: “i percorsi di radicalizzazione si sviluppano soprattutto in alcuni luoghi, nelle carceri e nel web, più che in altri luoghi che abbiamo magari molto seguito negli scorsi anni o decenni. Non c’è un idealtipo uguale per ciascuno dei soggetti che si radicalizzano, sono situazioni molto diverse. Ma bisogna lavorare sulle carceri e sul web per la prevenzione”.

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I dati del 4 gennaio 2017 – Vaccini

    – LA MENINGITE: è una malattia del sistema nervoso centrale con imfiammazione delle meningi. Può essere determinata da germi assai vari che colpiscono in maniera episodica, difficilmente prevedibile, attraverso contatti e portatori sani. Possono causare la meningite batteri come il meningococco (di vari ceppi, come il tipo B e il tipo C, molto aggressivo, di recente e alta visibilità nelle cronache a causa della sua concentrazione in Toscana e della sua letalità, oppure altri tipi come A, Y, W135), lo pneumococco (l’agente della polmonite invasiva), l’emofilo influenzale, ma anche il bacillo della tubercolosi, così come stafilococchi, streptococchi e batteri coliformi (batteri comuni, ma con aggressività variabile, spesso secondo le condizioni di salute della persona colpita), che però non danno origine alla malattia nella sua forma invasiva.
– I NUMERI: Nel 2016 sono stati segnalati 178 casi di meningite da meningococco, con un’incidenza in lieve aumento rispetto al triennio 2012-14, ma in diminuzione rispetto al 2015. Ciò è dovuto alla presenza in Toscana di una trasmissione più elevata che nel resto d’Italia, dove la situazione è costante. Il numero totale dei casi di meningite, dovuti, quindi, anche agli altri germi indicati, è passato da 1479 nel 2014, a 1815 nel 2015 e a 1376 nel 2016, quindi con una discreta diminuzione rispetto al biennio passato. La letalità della meningite è di circa il 10% nei casi dovuti a pneumococco (98 deceduti su 940 pazienti nel 2016) e di circa il 12% nei casi da meningococco (21 su 178 pazienti), che aumenta al 23% nel caso in cui il ceppo di meningococco sia il C (13 su 51 pazienti).
– LE FASCE A RISCHIO, CHI DEVE VACCINARSI: i bambini piccoli e gli adolescenti, ma anche i giovani adulti, sono a rischio più elevato di contrarre la malattia. Per quanto riguarda il sierogruppo B, la maggior parte dei casi si concentra fra i bambini più piccoli, al di sotto dell’anno di età. La vaccinazione contro il meningococco C, o meglio il vaccino tetravalente, è certamente consigliabile per gli adolescenti.
Per chi è stato vaccinato da bambino al momento non è previsto alcun richiamo, anche se è comunque consigliabile effettuarlo.
In Regioni come la Toscana tale vaccino è attivamente offerto.
La vaccinazione negli adulti non è raccomandata a meno che non siano presenti fattori di rischio. Chi vuole può comunque ricorrere alla vaccinazione, anche se non gratuitamente (a parte Toscana o contesti particolari), rivolgendosi alla ASL o facendosi prescrivere il vaccino dal proprio medico.
– I VACCINI A DISPOSIZIONE: esistono tre tipi di vaccino anti-meningococco: il vaccino coniugato contro il meningococco di sierogruppo C (MenC) è il più frequentemente utilizzato, e protegge solo dal sierotipo C; il vaccino coniugato tetravalente, che protegge dai sierogruppi A, C, W e Y; il vaccino contro il meningococco di tipo B, che protegge esclusivamente contro questo sierogruppo. La scheda vaccinale attualmente in vigore prevede la vaccinazione anti meningococco C nei bambini che abbiano compiuto un anno di età, mentre è consigliato un richiamo con vaccino tetravalente per gli adolescenti.
LE VACCINAZIONI OBBLIGATORIE E RACCOMANDATE

All’interno della vasta gamma di vaccini attualmente disponibili, si rintracciano vaccini obbligatori (polio salk, difterite, tetano ed epatite B) e vaccini raccomandati (praticamente tutti gli altri: pertosse, emofilo b, pneumococco, meningococco, morbillo, rosolia, parotite, varicella, papillomavirus, antinfluenzale ecc).

La somministrazione simultanea di vaccini “diversi raccomandati” non presenta alcuna controindicazione e, infatti, sono presenti in commercio vaccini combinati che consentono, con un’unica somministrazione, di proteggersi da più malattie (es. vaccino esavalente per difterite-tetano-pertosse-polio salk-emofilo b-epatite B).

La A.S.L. Roma E assicura:

  • l’offerta attiva di profilassi immunitaria (vaccinazioni obbligatorie e raccomandate)
  • campagne di vaccinazione anche mediante interventi di educazione sanitaria (nelle varie fasce di età)

Il Calendario delle Vaccinazioni Pediatriche

La A.S.L. Roma E  fa riferimento, per i cittadini residenti nel proprio territorio, al seguente calendario delle vaccinazioni obbligatorie e raccomandate (con inizio a partire dal 61�° giorno di vita):

  • dal 61° giorno di vita *: Polio Salk (IPV), Difto – Tetano – Pertosse ac. (DTPa), Epatite B (HBV), Emofilo b (Hib), Pneumococco 13 val coniugato;
  • 5° mese di vita (dopo almeno 6 settimane dalla I dose): Polio Salk, Difto – Tetano – Pertosse ac., Epatite B, Emofilo b,  Pneumococco 13 val coniugato;
  • 11° – 13° mese di vita: Polio Salk, Difto – Tetano – Pertosse ac., Epatite B, Emofilo b, Pneumococco 13 val coniugato;
  • 12° – 15° mese di vita:  Morbillo – Rosolia – Parotite (MRP)**, Varicella (Meningococco C – dose unica dopo l’anno di età)****;
  • da 6 mesi di vita in poi:  Influenza ogni anno soggetti a rischio;
  • da 5 a 6 anni***:  Difto – Tetano – Pertosse ac – Polio Salk, Morbillo – Rosolia – Parotite – Varicella;
  • da 11 a 12 anni (bambine):  Pillomavirus (HPV)  (3 dosi: 0 – 2 – 6 mesi);
  • da 11 a  18 anni: Richiamo Difto – Tetano – Pertosse ac (Tdpa dose adulti) da effettuarsi sempre ogni 10 anni, MRP (2 dosi a distanza di 1 mese soggetti non vaccinati), Varicella (2 dosi a distanza di 1 mese soggetti non vaccinati);

* E’ di uso corrente un combinato esavalente che contiene i quattro vaccini obbligatori : Polio Salk, Difto – Tetano ed Epatite B  e due vaccini raccomandati: Pertosse ed  Emofilo b 

** E’ possibile somministrate Morbillo – Rosolia – Parotite (vaccino raccomandato) nella stessa seduta in cui vengono somministrate le 3° dosi di Polio, Difto – Tetano – Pertosse ac, Epatite B ed Emofilo b anticipando Morbillo-Rosolia-Parotite al dodicesimo mese.

***  4° – 6° anno di vita:  e’ possibile  effettuare il combinato DTPa – Polio IPV ( Difto – Tetano – Pertosse ac. Polio Salk).      

**** il vaccino raccomandato antimeningococco C è  somministrato dopo il compimento del 1 anno di vita

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I dati del 21 dicembre 2016 – Consumi e Natale

Dalla consueta analisi dell’Ufficio studi di Confcommercio emerge che ogni famiglia spenderà 1.331 euro da tredicesima, il 3,1% in più rispetto allo scorso anno. Per i regali in senso stretto è prevista una spesa pro capite di 164 euro (166,1 nel 2015). Il maggiore reddito disponibile sarà utilizzato per la casa, per viaggi e per rimettere in sesto il bilancio familiare.

Quest’anno gli italiani stringeranno un po’ la cinghia per i regali di Natale, con una spesa media pro capite di 164 euro contro o 166,1 dello scorso anno. La stima è dell’Ufficio studi di Confcommercio che ha presentato a Roma, presso la sede confederale, la consueta analisi su andamento dei consumi, ammontare delle tredicesime e propensione alla spesa per il Natale. Rispetto all’anno scorso, dunque, per i regali c’è una diminuzione dell’1,2%, che sale però al 30,8% se si considerano gli ultimi sette anni. Per quanto riguarda invece la propensione agli acquisti durante le festività, il 71,7% degli italiani prevede “un  Natale molto dimesso” (erano il 72,9% nel 2015 e appena il 33,7% nel 2009), mentre  l’86% dichiara che effettuerà regali contro l’85,9% dello scorso anno propensione e il 91% del 2009. Eppure, secondo l’analisi dell’Ufficio studi, in tasca gli italiani avranno più soldi rispetto al dicembre dell’anno scorso: l’ammontare netto delle  tredicesime sarà di 40 miliardi, di cui il 12% sarà messo da parte e il 30% circa sarà destinato ai consumi grazie anche all’abolizione della Tasi che “regala” quest’anno 1,7 miliardi di reddito disponibile in più. Ogni famiglia spenderà dunque 1.331 euro da tredicesima, il 3,1% in più su base annua. Questa dicotomia tra aumento del reddito disponibile e stasi dei consumi natalizi si spiega, secondo il direttore dell’Ufficio Studi Mariano Bella, con una “congiuntura particolarmente oscura: il Paese non ha trovato una chiara direzione di marcia e molte sono le debolezze dal punto di vista della crescita. La politica dei bonus funziona nel breve termine, serve invece un messaggio chiaro alle forze produttive con il taglio generalizzato alle aliquote Irpef”.

Fonte: Confcommercio

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I dati del 20 dicembre 2016 – Lavoro

Dati INPS sui nuovi rapporti di lavoro del settore privato relativi al mese di ottobre.

Nei primi dieci mesi del 2016, nel settore privato, si registra un saldo, tra assunzioni e cessazioni, pari a +497.000, inferiore a quello del corrispondente periodo del 2015 (+636.000) e superiore a quello registrato nei primi dieci mesi del 2014 (+313.000).

Su base annua, il saldo consente di misurare la variazione tendenziale delle posizioni di lavoro.  Il saldo annualizzato (vale a dire la differenza tra assunzioni e cessazioni negli ultimi dodici mesi) a ottobre 2016 risulta positivo e pari a +486.000, compresi i rapporti stagionali. Il risultato positivo è interamente imputabile al trend di crescita netta registrato dai contratti a tempo indeterminato, il cui saldo annualizzato a ottobre 2016 è pari a +406.000.

Complessivamente le assunzioni, sempre riferite ai soli datori di lavoro privati, nel periodo gennaio-ottobre 2016 sono risultate 4.833.000, con una riduzione di 347.000 unità rispetto al corrispondente periodo del 2015 (-6,7%). Nel complesso delle assunzioni sono comprese anche le assunzioni stagionali (491.000).

In relazione all’analogo periodo del 2015, le cessazioni nel complesso, comprensive anche dei rapporti di lavoro stagionale, risultano diminuite del 4,6%. La riduzione è più consistente per i contratti a tempo indeterminato (-7,2%) che per quelli a tempo determinato (-1,7%).

Fonte: Osservatorio sul precariato

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I dati del 16 dicembre 2016 – L’italiano e le canzoni

(di Lorenzo Coveri)

Il fenomeno della musica “leggera” (o pop, di consumo, commerciale, contrapposta, per comodità semplificatoria, a quella “classica” o “colta”), tra gli altri generi musicali con cui intrattiene rapporti (dal melodramma al canto popolare propriamente detto, dal rock al rap) è di così grande radicamento e rilievo sociale, economico, culturale e di costume nella vita degli italiani fin dagli anni dell’Unità (ma anche prima), pur senza voler cedere allo stereotipo di un “Paese canterino”, che non poteva a lungo sfuggire all’interesse dei linguisti, datato ormai dalla metà degli anni Settanta. Le riflessioni hanno ruotato sostanzialmente attorno a tre grandi interrogativi: a) qual è la natura semiotica dell’italiano della canzone? quali sono i meccanismi linguistici di un testo che, a differenza del testo poetico, non esaurisce in sé tutti i sensi, ma, non lo si dimentichi, è comunque sempre destinato ad essere “parola per musica” (musica che costituisce un’“aggiunta di senso” alla parola)?; b) qual è stato il ruolo della canzone nella storia linguistica dell’Italia unita? essa ha costituito un “modello”, oppure uno “specchio” (o forse entrambi) degli usi linguistici degli italiani?; c) che rapporti di “dare” e di “avere” ci sono stati e ci sono tra l’italiano della canzone e l’italiano (meglio, le varietà del repertorio linguistico italiano) quotidiano? Infine, è possibile tracciare un profilo di storia linguistica della canzone italiana? È quanto ci si accinge a fare, in misura forzatamente sintetica (ma sulla base di una bibliografia ormai molto nutrita, cui si rinvia per gli opportuni approfondimenti) nelle considerazioni che seguono.

La rigida subordinazione del testo alla “mascherina” musicale, con le sue conseguenze sul piano metrico e prosodico, caratterizza tutto il periodo lungo un secolo che va dall’Unità al 1958, in cui la canzone popolare, declinata in diversi generi e modalità di fruizione (dal café chantant al Festival di Sanremo; dagli anni della radio alla nascita dell’industria discografica), costruisce una sua riconoscibile “grammatica”: monosillabi e parole tronche in confine di verso, rime baciate, apocopi (la proverbiale rima cuor [anzi: cor]: amor) anche al plurale, inversioni sintattiche al servizio della musica, lessico aulico di derivazione melodrammatica, esotismi (soprattutto francesismi). È evidente il modello della romanza d’opera lirica, così viva nella tradizione italiana soprattutto di fine Ottocento, che dà luogo ad un filone ricchissimo (e non esaurito ancor oggi) sul versante sentimentale e amoroso, che non mette però la sordina ad espressioni più vivaci, di carattere regionale e locale (si pensi soltanto alla straordinaria ricchezza della tradizione napoletana, con esempi indimenticabili assurti a modello di canzone “italiana” tout court -è il caso della notissima ’O sole mio, 1898, grazie tra l’altro alla presenza del fenomeno dell’emigrazione all’estero) anche di tipo comico, cabarettistico e rivistaiolo, genere d’evasione presente indisturbato persino negli anni del fascismo.

La “rivoluzione” (prima di tutto tematica e interpretativa) rappresentata nel 1958 dal successo (amplificato dalla neonata televisione, 1954) di Domenico Modugno al Festival di Sanremo, il tempio della canzone italiana, con Nel blu, dipinto di blu (poi conosciuta in tutto il mondo come Volare) rappresenta una svolta epocale, uno spartiacque tra canzone “tradizionale” e canzone “moderna”. È pur vero che, al di là della vena inattesa e surreale di Volare, nella canzone sono ancora presenti i classici fenomeni della rima baciata, del troncamento, dell’inversione sintattica. Ma è anche vero che, senza Modugno (e, si aggiunga, senza l’esperienza del gruppo torinese di Cantacronache, alla fine del decennio, e di qualche altro precursore: Renato Carosone, Fred Buscaglione), non sarebbe stato possibile il fenomeno dei “cantautori” (figura che riunisce in sé i ruoli, prima distinti, di musicista, “paroliere” e interprete: voce coniata nel 1960) degli anni Sessanta e poi Settanta, che produce, pur nella persistenza di forme della canzone ancien régime, un deciso abbassamento di tono nel lessico, che diventa umile, quotidiano e vicino al parlato (fin dai titoli: La gatta, Sassi, Il barattolo, Il pullover, eccetera). Chi, prima di Modugno, avrebbe potuto esclamare con disincanto, come lo sfortunato Luigi Tenco, che si era innamorato perché “non aveva niente da fare”?

Il ventennio d’oro (1960-1977 circa) della canzone “d’autore” (o, come qualcuno preferisce, della “canzone d’arte”), intrecciato con significativi movimenti sociali e politici che vedono protagonisti i giovani (il Sessantotto, il Settantasette) è uno dei più ricchi e fecondi della storia, non solo linguistica, della canzone italiana, con esponenti, molti dei quali ancora attivi, che sarebbe troppo lungo elencare (la cosiddetta “scuola genovese” – etichetta rifiutata dagli interessati –, con Bindi, Paoli, Tenco, Lauzi, De André, cui si annette il triestino Endrigo, ormai alla seconda (Fossati, Baccini) e alla terza (Max Manfredi) generazione; la “scuola milanese”, più realistica e meno lirica, ispirata al teatro di Dario Fo, di Gaber – poi impegnato nella forma del “teatro-canzone” –, Jannacci (anche dialettale e gergale), Vecchioni, Branduardi; la “scuola bolognese” di Lolli, Dalla e Guccini; la “scuola romana” di De Gregori e Venditti, queste due ultime più vicine all’engagement di quegli anni). Data la pluralità delle esperienze, non è naturalmente possibile parlare di una “lingua della canzone d’autore”, anche se si può generalmente alludere ad un confronto, più che ad un incontro, col coevo linguaggio poetico (con analogie, metafore, sinestesie, altre figure retoriche), a sua volta più vicino a forme del quotidiano (ma all’impegno diretto di poeti – si pensi solo alla collaborazione Roversi-Dalla – nel campo della canzone non ha quasi mai corrisposto un significativo successo commerciale.)

È dagli inizi degli anni Settanta, dal successo della coppia Mogol-Battisti, che l’italiano della canzone, sia pure in maniera contraddittoria, si volge verso il parlato, in forme più esplicite (ma anche più banalizzanti) rispetto all’esperienza cantautorale (e d’altra parte anche molti cantautori della “seconda generazione” partecipano a questa discesa verso il basso, verso il grado zero dell’espressività, cui soltanto l’aggiunta della musica –e dell’interpretazione- dà senso). I testi che Mogol (Giulio Rapetti), il più prolifico e dotato (con Giorgio Calabrese, autore per Mina del verso stilisticamente audace “e sottolineo se”) dei nostri “parolieri”, scrive per la voce di Lucio Battisti o quelli di Claudio Baglioni, che riproducono (sintassi nominale, inserti dialogici, colloquialismi) il parlato quotidiano giovanile (contribuendo tra l’altro a detabuizzare intere zone del “privato”, come il sesso), non reggono alla sola lettura. Ma ciò non toglie che siano stati (e in qualche caso continuino ad essere) la colonna sonora delle giornate (e delle notti estive) degli adolescenti, grazie alla loro “orecchiabilità”, in equilibrio tra “noto” e “nuovo”. Spesso dialogica (ma con forti radici nella cultura popolare e nella forma della ballata narrativa) è anche l’esperienza, in quegli anni, di un cantautore “storico” come Francesco Guccini, che smitizza polemicamente le pretese “poetiche” (e pragmatiche) della canzone. In fondo “sono solo canzonette” sancirà beffardamente all’inizio del decennio successivo (gli anni Ottanta, gli anni del “riflusso”) Edoardo Bennato.

Da un lato la diffusione di un italiano pubblico, “dell’uso medio”, dall’altro un desiderio di uscire dall’appiattimento su di esso del linguaggio canzonettistico, portano, dagli anni Ottanta in avanti, a soluzioni linguistiche nuove, in qualche caso sperimentali. Per fare soltanto alcuni esempi di questa “voglia di poesia”, di questa “fuga dal quotidiano”, un cantautore “per caso” (ma di solida cultura jazz) come Paolo Conte rivisita con ironia l’armamentario stilistico e retorico della canzone “d’antan”, aggiungendovi, di suo, accoppiate astratto-concreto, aggettivazione ricercata e sapori esotici, da provinciale di genio. Di tutt’altro segno è la ricerca sperimentalistica di Franco Battiato, che, su uno sfondo di vasti interessi musicali e culturali (soprattutto verso filosofie orientali), coltiva il gusto linguistico del pastiche, del citazionismo, del patchwork, secondo moduli che rimandano alla grande poesia europea d’avanguardia.

Nel 1984, uno dei nostri cantautori più colti, Fabrizio De André, già ricco di esperienze di matrice letteraria e d’Oltralpe, ritorna al proprio dialetto nativo (ma trasfigurato in direzione decisamente antifolclorica e “mediterranea”) con il concept album (impensabile senza la complicità musicale di Mauro Pagani)Creuza de ma che segna l’inizio di un recupero del dialetto nella canzone con connotati molto simili a quella della poesia cosiddetta “neodialettale”. E’ l’inizio di un filone (teso tra l’altro ad affrancare le parole per musica dalla dittatura della “mascherina”: monosillabi e troncamenti in fine di rima sono estranei ad alcuni dialetti) che si biforca presto in un ramo attento all’uso del dialetto come soluzione formale inattesa o inaudita, in qualche caso rinverdendo una lunga tradizione come quella napoletana (Pino Daniele, Teresa De Sio), e in un altro in cui la scelta linguistica ha connotati più decisamente ideologici, oppositivi e polemici (il dialetto delle posse, – Mau Mau, Almamegretta, Sud Sound System, Pitura Freska e altri – che rivestono di fonemi locali ritmi reggae e hip-hop nati Oltreoceano).

Infine, negli anni Novanta il gruppo di Elio e le Storie Tese riprende la lezione del “rock demenziale” nato a Bologna attorno al Settantasette con testi di un umorismo surreale che scaturisce dal cortocircuito di materiali linguistici disparati, riciclati dalla cronaca e dalla stessa tradizione canzonettistica, come in La terra dei cachi (ritratto grottesco ma amaramente veritiero del nostro Paese), canzone presentata con sberleffo “situazionista” nientemeno che al Festival di Sanremo, rito annuale che è ormai parte (dal 1951) dell’identità italiana e quindi non sempre conservatore o sordo alle novità come a volte si crede.

Gli ultimi anni sono caratterizzati da nuove modalità di fruizione della canzone (dal rito “dionisiaco” del concerto della rockstar all’ascolto solipsistico della musica con il riproduttore mp3) e da una forte frammentazione dei modelli. Accanto a forme sostanzialmente nel solco della tradizione e proprio per questo più facilmente esportabili all’estero (come quelle praticate prima da Pupo, Al Bano e Romina, Cutugno; poi da Eros Ramazzotti, Laura Pausini, Nek e dal tenore leggero Andrea Bocelli) troviamo le sperimentazioni musicali e linguistiche (a livello sintattico, semantico, lessicale e metrico) di una nuova generazione di cantanti e autori (Jovanotti [Lorenzo Cherubini], Daniele Silvestri, Max Gazzè, Niccolò Fabi, Samuele Bersani, Luca Carboni, Vinicio Capossela, la rivelazione Dente [Giuseppe Peveri] e molti altri) che meriterebbero ciascuno una propria considerazione. Ma il più deciso svincolamento dalle pastoie del rapporto tra parole e note viene da una donna, la cantautrice (anzi, “cantantessa”) catanese Carmen Consoli, che, con i suoi versi di inusitata lunghezza, l’aggettivazione insolita, l’uso massiccio di forme avverbiali rompe definitivamente con la tradizione canzonettistica: mai come nelle sue composizioni la musica appare al servizio del testo, e non viceversa. Un vero, radicale, “smascheramento”.

Di non minore impatto anche linguistico, sia pure con diverse gradazioni, è il rock dal vivo di star come Vasco Rossi, Zucchero “Sugar” Fornaciari, Ligabue, Gianna Nannini e di gruppi attivi nei più diversi generi musiacali (CCCP, Litfiba, Articolo 31, Casino Royale, Bluvertigo, La Crus, Tiromancino, Negramaro, Subsonica, Baustelle, Marlene Kuntz, e altri, anche in dialetto) che hanno un vastissimo seguito di pubblico e di fans. Infine il rap (nato neglislums di popolazione di origine afroamericana delle grandi città degli Stati Uniti) che propriamente canzone non è, trattandosi di ritmo martellante, di accentuazione, di “prosodia metropolitana”, che restituendo alla parola la propria autonomia dalla musica ne rafforza la crudezza e il vigore polemico, come, tra gli altri (Frankie Hi-Nrg MC, Fabri Fibra) nel molfettese Caparezza (Michele Salvemini). Ma è storia ancora in buona parte da scrivere.

In conclusione, che italiano è quello della canzone? La sua natura semiotica, di “lingua per musica”, e l’”attesa di poesia” che esso suscita nel pubblico, gli impediscono (e gli hanno impedito ancor più in passato) di essere una lingua “viva e vera”, ma non (come è stato osservato, anche a proposito del parlato cinematografico e della fiction televisiva) di essere “verosimile” (e, sorprendentemente, in certi casi più vicina alla norma di quanto si pensi, come è stato notato per esempio a proposito dei testi di Tiziano Ferro). Intrecciandosi con la storia linguistica dell’Italia unita (ma anche con la storia senza aggettivi della società italiana), il linguaggio della canzone italiana ha potuto ora precorrere, ora riflettere, ora assecondare la lingua degli italiani; funzionare, insomma, come un grande “trasmettitore culturale”. Non solo con le canzoni, ma “anche” con le canzoni, grazie al loro potere evocativo, si è costituito un patrimonio linguistico e culturale condiviso, un serbatoio di memoria collettiva che ci fa sentire tutti, al di là delle differenze regionali, generazionali, sociali, culturali, parte di una medesima comunità.

[Tra la bibliografia, nutritissima, sulla canzone italiana si segnalano da ultimo, se non altro per l’amplissima scelta antologica (1142 testi integrali di canzoni), i due volumi a cura di Leonardo Colombati, La canzone italiana. 1861-2011. Storie e testi, Milano, Mondadori / Ricordi, 2011.]

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I dati del 15 dicembre 2016 – Imu e Tasi

Imu e Tasi, il 16 dicembre si paga la seconda rata

Scadrà il 16 dicembre prossimo il termine per il versamento della seconda rata dell’Imu e della Tasi per l’anno 2016. Il versamento deve essere eseguito a saldo dell’imposta dovuta per l’intero anno, con eventuale conguaglio sulla prima rata versata, sulla base delle delibere pubblicate alla data del 28 ottobre 2016 nel sito www.finanze.it.

Il versamento della seconda rata di Imu e Tasi, fa sapere il dipartimento delle Finanze, segue quello della prima rata del giugno scorso, e dovrà essere effettuato sulla base delle delibere approvate dal comune per l’anno 2016 a condizione che l’atto sia stato adottato entro il 30 aprile 2016 (ad eccezione dei comuni del Friuli Venezia Giulia, per i quali è stato stabilito al 30 giugno 2016 e poi ulteriormente differito al 31 luglio 2016 limitatamente ai comuni interessati dalle ultime elezioni amministrative), che l’atto sia stato pubblicato sul sito internet www.finanze.it entro il 28 ottobre 2016 e che l’aliquota fissata per la singola fattispecie impositiva non sia stata aumentata rispetto a quella applicabile nell’anno 2015.

Oltre alla conferma dell’esclusione dalla Tasi dell’abitazione principale, ad eccezione di quella classificata nelle categorie catastali A/1, A/8 ed A/9, viene confermata anche l’esenzione dall’Imu per i terreni agricoli posseduti e condotti dai coltivatori diretti e dagli imprenditori agricoli professionali.

Imu e Tasi pagate in ritardo, scatta il ravvedimento operoso

Per chi non ha pagato la seconda rata che scadeva il 16 dicembre, c’è la possibilità di mettersi in regola con una piccola sanzione

Per chi non ha pagato la seconda rata dell’’Imu o della Tasi che scadeva il 16 dicembre, c’’è la possibilità di mettersi in regola sfruttando l’’istituto del ravvedimento operoso.
In questo modo, è possibile regolare la propria posizione con un limitatissimo sovrapprezzo prima di incorrere in accertamenti del Fisco per cui, poi, si dovrebbe pagare fino a dieci volte di più.COS’’E’’ IL RAVVEDIMENTO OPEROSO –E’’ la possibilità che il Fisco concede ai contribuenti di mettersi in regola con un pagamento o una scadenza con una sanzione ridotta rispetto al normale. A seconda del ritardo il contribuente potrà pagare sanzioni ridotte ed interessi sulla base del numero di giorni di ritardo. In caso di ravvedimento, le sanzioni e gli interessi vanno versati sommandoli all’’imposta e quindi con lo stesso codice tributo.

TIPOLOGIE DI RAVVEDIMENTO OPEROSO – Il ravvedimento cambia a seconda del periodo trascorso dalla scadenza. Ovviamente, prima si fa, meno si paga.

  • Se si versa entro 14 giorni dalla scadenza la sanzione applicata è dello 0,1% per ogni giorno di ritardo del valore dell’’imposta da versare a cui vanno aggiunti gli interessi giornalieri calcolati sul tasso di riferimento annuale;
  • Se si versa dal 15° al 30° giorno di ritardo è prevista una sanzione fissa dell’’1,5% dell’imposta da versare a cui si aggiungono gli interessi giornalieri calcolati sulla base del tasso di riferimento annuale;
  • Dal 30° al 90° giorno di ritardo si applica una sanzione fissa dell’1,67% dell’’importo da versare più gli interessi giornalieri calcolati sul tasso di riferimento annuale;
  • Dopo il 90° giorno di ritardo, ma comunque, entro la presentazione della dichiarazione relativa all’’anno in cui è stata commessa la violazione la sanzione fissa sale a 3,75% dell’’importo da versare più gli interessi giornalieri sempre calcolati sulla base del tasso di riferimento annuale.

GLI INTERESSI LEGALI –Alle sanzioni vanno sempre aggiunti gli interessi legali. Ora sono fissati allo 0,2% annuo e chiaramente le cifre sono minuscole. Per pochi giorni e piccoli importi dovuti il valore degli interessi si azzera con l’’arrotondamento.

COME SI PAGA – La compilazione del modello F24 per il versamento non è complessa. Il codice tributo da indicare è lo stesso della normale scadenza. Va invece barrata la casella che indica il ravvedimento e l’’importo inserito deve essere comprensivo sia del tributo dovuto, sia degli interessi e della mini-sanzione.

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I dati del 14 dicembre 2016 – Consiglio europeo e Siria

Il Consiglio europeo di dicembre ha discusso le questioni più urgenti, tra cui migrazione, sicurezza, economia e giovani, relazioni esterne.

Migrazione

Rotta del Mediterraneo centrale

I leader dell’UE hanno discusso i progressi relativi all’attuazione degli accordi, i cosiddetti “patti”, conclusi con cinque paesi africani di transito e di origine.

Hanno affermato che “alla luce dell’esperienza” offerta dall’attuazione dei patti con l’Etiopia, il Mali, il Niger, la Nigeria e il Senegal “si potrebbero prendere in considerazione” accordi aggiuntivi o altre forme di cooperazione.

I patti si iscrivono nell’approccio globale dell’UE volto a ridurre la migrazione illegale lungo la rotta del Mediterraneo centrale. A tale scopo l’UE aiuta i paesi africani ad affrontare le cause profonde della migrazione, collaborando inoltre con essi al fine di migliorare i tassi di rimpatrio.

Rotta del Mediterraneo orientale

I leader hanno ribadito il proprio impegno a favore della piena attuazione della dichiarazione UE-Turchia sulla migrazione. Hanno altresì sostenuto il piano di attuazione elaborato dalla Grecia e dalla Commissione e hanno invitato i paesi dell’UE ad attuarlo rapidamente.

Hanno rammentato la loro posizione sulla rotta migratoria del Mediterraneo orientale, che avevano concordato alla riunione precedente di ottobre. Al fine di mantenere e rafforzare il controllo della rotta, avevano chiesto:

  • rimpatri più rapidi dalle isole greche alla Turchia
  • assistenza alla Grecia da parte dei paesi dell’UE, se le agenzie dell’UE lo ritengono necessario
  • ulteriori progressi in merito agli impegni contenuti nella dichiarazione UE-Turchia, inclusa la liberalizzazione dei visti

La dichiarazione UE-Turchia, convenuta nel marzo 2016, ha contribuito a fermare il flusso della migrazione irregolare verso l’Europa attraverso la Turchia e a smantellarne il modello di attività.

I leader si sono anche impegnati a continuare a sostenere i paesi situati lungo la rotta dei Balcani occidentali.

Relazione completa: http://www.consilium.europa.eu/it/meetings/european-council/2016/12/15/ 

Il sito di MSF Italia: http://www.medicisenzafrontiere.it